Una nuova governance

Intervista a: Marcello Gemmato

  • Data 04 marzo 2024
Marcello Gemmato

Una nuova governance

Incontriamo il sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato nel suo ufficio al Ministero, con una splendida vista sull’Isola Tiberina. E gli chiediamo subito un bilancio, per quanto un po’ prematuro, di questi primi mesi nelle file del governo Meloni. «Il fatto di essere il primo farmacista a ricoprire l’incarico di sottosegretario alla Salute mi riempie di orgoglio», risponde. «Un sentimento che si unisce a un grande senso di responsabilità. Provengo da una famiglia di farmacisti e io stesso fino a qualche mese fa, anche da parlamentare, riuscivo ancora, nei ritagli di tempo, a svolgere la professione. Ora, per ovvi motivi, non posso più farlo ma in questa sede rappresento una comunità, quella dei farmacisti italiani, che ha dimostrato, una volta di più, durante la pandemia, di essere una comunità prima umana che professionale». Detto questo, entrare nei palazzi delle istituzioni - in Parlamento, al Ministero - «mi procura sempre una grande emozione»

Partiamo dall’attualità, sottosegretario, dal tema delle carenze di farmaci. Ministero e associazioni di categoria sono concordi nel sostenere che si sta drammatizzando una situazione non così grave. Ma la questione è strutturale e queste sono le conseguenze, in particolare, della delocalizzazione delle produzioni consolidatasi negli anni della globalizzazione. Come si può invertire la tendenza?

Innanzitutto bisogna distinguere. Il fenomeno delle indisponibilità di farmaci si verifica spesso in questo periodo, tra dicembre e gennaio. Questo però è un frangente particolare, dal momento che ha visto coincidere una coda pandemica che per fortuna si sta affievolendo con una influenza stagionale particolarmente virulenta. Stiamo quindi assistendo a una sovrarichiesta di farmaci che ha causato alcune carenze. A questo va aggiunto il contributo dei social network, più che dei media in senso stretto. Se una madre in più farmacie non trova l’ibuprofene ne parla in rete e così la questione si amplifica ancora di più, dando origine a fenomeni di accaparramento.

Ma le carenze vere e proprie si possono quantificare?

Nella lista carenze dell’Aifa al momento figurano 3.200 molecole, ma molte di esse si riferiscono ad Atc scaduti. Sono circa 300 i farmaci davvero carenti e per la gran parte di essi si riesce a sopperire ricorrendo agli equivalenti e alle preparazioni galeniche. Le reali indisponibilità sono relative a una trentina di molecole e non certo di uso comune nella popolazione, ma indicate per patologie complesse. In questi casi è l’Aifa stessa a intervenire attraverso importazioni dei prodotti dall’estero.

E guardando oltre i problemi contingenti?

L’Italia è leader in Europa per produzione di farmaci, con 34 miliardi di fatturato, e tuttavia non è autonoma in fatto di materie prime, in quanto importiamo l’80/90 per cento di principi attivi ed eccipienti dall’estero, in particolare da Cina e India. E tra gli effetti della pandemia c’è stato il ridotto afflusso di materie prime dall’estremo oriente. Se vogliamo essere sinceri, non si può dire che agli inizi della pandemia ci sia stata una grande solidarietà nemmeno tra Paesi europei, visto che quando l’Italia aveva bisogno di mascherine ha trovato molte porte sbarrate. Poi è arrivata la guerra ad aggravare la situazione generale. Ora l’obiettivo è quello di far sì che l’Italia sia autosufficiente - o comunque meno dipendente dall’estero - nella disponibilità di terapie per tutti i cittadini.

Come si può intervenire in questa direzione?

Da un lato sensibilizzando l’Istituto Chimico Farmaceutico di Firenze, che è una eccellenza e che potrebbe dare un contributo notevole nella produzione dei principi attivi di maggiore utilizzo. Dall’altro, promuovendo gli investimenti delle aziende italiane e delle multinazionali del farmaco.

Intendete parlarne anche nell’ambito del Tavolo sulle carenze appena avviato dal Ministero?

Proprio così, obiettivo del Tavolo è, oltre ad affrontare la congiuntura, quello di comprendere come si possa mettere l’industria nelle migliori condizioni per investire ulteriormente in Italia e creare nuovi posti di lavoro. Con il supporto del governo, che potrebbe favorire gli investimenti nelle Zes, Zone economiche speciali, aree del meridione nelle quali le imprese possono giovarsi di una fiscalità agevolata. Mi piacerebbe parlare di made in Italy anche in relazione alla farmaceutica: produrre da noi molecole complesse e fare più ricerca.

Ma questo è un programma di legislatura...

Sono certo che questo governo durerà cinque anni e confido che la maggioranza attuale possa confermarsi anche oltre. La stabilità è quella che auspicano anche i player del settore, abituati all’avvicendarsi di vari governi nello spazio di pochi anni.

Si parla spesso della necessità di una nuova governance per la spesa farmaceutica, di stop alla logica dei silos, di stop al payback. Quali sono secondo lei le strategie da adottare?

Nel 2021 la spesa farmaceutica era al 14,85 per cento del Fondo sanitario nazionale, tra acquisti diretti e convenzionata. La prima sforava abbondantemente, con relativo ricorso al payback, mentre la seconda si manteneva sotto il tetto di ben 600 milioni. Due silos che non comunicano tra di loro all’interno di un meccanismo che non ho timore di definire diabolico. Occorre cambiarlo, coinvolgendo anche la Conferenza delle Regioni, alle quali spetta ripianare, non dimentichiamolo, il 50 per cento dello sforamento. 

Come intervenire?

Il payback va rivisto, come dimostra anche la recente protesta delle aziende produttrici di dispositivi medici, che dovrebbero versare ingenti cifre per sforamenti di budget che risalgono ad anni fa. Il discorso sulla governance però è più ampio.

In che senso?

 Urge una revisione della Legge 405/2001, in modo da far tornare in convenzionata o in Dpc molti dei farmaci oggi in distribuzione diretta. Un orientamento che sembra prevalere anche tra le associazioni di categoria: Farmindustria, Federfarma, Assofarm, Sifo. Il principio è a mio avviso che in ospedale debbano essere distribuiti solo i farmaci complessi mentre tutto il resto deve passare dal territorio. In questo modo si migliora l’acceso al farmaco, la compliance e, in generale, si favorisce la qualità della vita dei cittadini. I risparmi garantiti dalla distribuzione diretta sono in realtà inesistenti, se consideriamo i costi diretti e indiretti e disagi provocati nei pazienti, anche in termini logistici. Lo ha dimostrato l’indagine parlamentare conoscitiva di cui sono stato il promotore nel corso della precedente legislatura.

Vaccinazioni e tamponi in farmacia, lei da parlamentare ha spinto in questa direzione durante la pandemia. Sono ormai conquiste acquisite?

La normativa che ha dato origine alla farmacia dei servizi risale al 2009 e soltanto con l’emergenza pandemica, purtroppo, ha avuto una sua piena realizzazione. Da un lato la rete delle farmacie, attraverso i tamponi, ha fatto fronte alle esigenze di tracciamento dei contatti e di verifica della non positività al virus per coloro che, superata la malattia, potevano così tornare alla vita normale. Senza l’apporto delle farmacie, pubbliche e private, il sistema ospedaliero, già sotto pressione, non avrebbe retto. 

E riguardo alle vaccinazioni?

Ci ho sempre creduto in questa possibilità, tanto da essere il primo firmatario dell’emendamento che avrebbe poi condotto alla norma sui vaccini in farmacia. Anche qui la rete capillare delle farmacie ha integrato la campagna vaccinale avviata dal governo nei grandi hub, venendo incontro alle necessità di persone anziane o fragili che hanno trovato più semplice recarsi nei presidi territoriali che già conoscevano. Successivamente è passata anche la norma che consente di praticare le vaccinazioni antinfluenzali. La straordinarietà diventa così una prassi ordinaria che auspico comprenda quanto prima anche le vaccinazioni per il papilloma virus, che sono in preoccupante calo. Credo che con la pandemia si siano un po’ trascurate le campagne di prevenzione, bisogna riprendere quel cammino.

Come vede svilupparsi la farmacia dei servizi nei prossimi anni?

Vedo un ruolo importante della rete in alcune campagne di screening, come quella sul tumore del colon retto. Nelle regioni nelle quali le farmacie partecipano allo screening, vedi il Lazio, la partecipazione dei cittadini è più alta, sempre in virtù di un rapporto più stretto e familiare con il farmacista di comunità.

Parliamo del fattore tecnologico, la digitalizzazione in sanità. Il Pnrr destina notevoli risorse a questo ambito…

L’implementazione della telemedicina e del Fascicolo sanitario elettronico sono di sicuro prioritarie, tanto più in una nazione composta da oltre ottomila Comuni, per lo più situati nelle aree interne. E i fondi per le farmacie rurali servono appunto per consentire a esse di fornire servizi pur al di fuori delle aree urbane più popolate.

A proposito di Pnrr, lei ha manifestato in più di una occasione le sue perplessità sulle case di comunità come pilastro di una nuova sanità territoriale. Come coinvolgere davvero le farmacie, favorendo la sinergia con i medici di medicina generale, in questa nuova visione delle cure primarie? 

Partiamo dal presupposto che il Piano nazionale di ripresa e resilienza è un documento su cui non si può transigere, pena il congelamento dei fondi previsti per la sua attuazione. Detto questo, pensare che le 1.350 case di comunità previste possano rilanciare la sanità del territorio è un po’ utopistico. Ognuna di esse avrebbe infatti un bacio di utenza di circa 40.000 cittadini e allora non si può parlare di cure di prossimità. Poi c’è un’altra questione 

Quale?

Quella delle spese. Il Pnrr finanzia le infrastrutture ma non le spese ordinarie: chi se ne farà carico? Consideriamo che il ministero della Salute ha appena destinato 1,4 miliardi in più per le strutture esistenti, che devono fare fronte all’emergenza dei rincari energetici. E le nuove strutture come le sovvenzioniamo? 

E poi c’è il capitolo del personale…

Esatto. Ci sono bandi che vanno deserti, siano essi per medici, infermieri, operatori sanitari in genere. Chi ci mettiamo all’interno di queste case di comunità? Queste le perplessità mie e del ministro Schillaci.

Tirando le somme?

 Il Pnrr non si può cambiare ma noi dobbiamo cercare di migliorarlo. Per esempio integrando nell’attività delle case di comunità le reti delle farmacie e dei medici di medicina generale, che sono già presenti sul territorio. Aggiungo che un ruolo importante possono averlo, in questi presidi, gli stessi infermieri, in particolare quelli in possesso di una laurea magistrale. E perché non coinvolgere gli studi dei biologi? Sempre nella logica dei tanti piccoli spoke che fanno capo a un hub di riferimento, ovvero la casa di comunità prevista per quella determinata area. Ed è in questa direzione che il Ministero sta lavorando. Di certo occorre alleggerire il carico dei Pronto soccorso, se pensiamo che per l’80 per cento gli accessi sono classificati come codici bianchi. Senza contare che frequentando strutture sanitarie senza una reale necessità si rischia di entrare in contatto, per esempio, con dei virus influenzali. Si rischia, insomma, di ammalarsi.

Il governo Meloni ha stanziato sette miliardi per i prossimi tre anni nel Fondo sanitario nazionale. Ritiene siano sufficienti per affrontare le questioni più urgenti della sanità nazionale o avete in programma ulteriori interventi?

Partiamo dal presupposto che nel decennio precedente al 2019 il nostro Servizio sanitario nazionale ha su bito un definanziamento di oltre trenta miliardi. Ovvio che non si possano reintegrare in un colpo solo ma i sette miliardi previsti per il triennio 2023-2025 testimoniano che il governo Meloni e il ministero della Salute credono nella sanità pubblica. Non capisco quindi le obiezioni di quanti parlano di un definanziamento del Fondo sanitario nazionale. Non solo, ma se andiamo a vedere il Def dell’aprile scorso - il Documento di economia e finanza stilato dal governo Draghi - riscontriamo che già si parlava di un decremento degli investimenti dopo i fondi straordinari stanziati in pandemia. E invece noi non solo non abbiamo fatto decrescere la curva degli investimenti ma abbiamo aggiunto risorse con la recente legge di Bilancio. Detto questo, sono convinto che nella sanità pubblica non sia solo una questione di risorse finanziarie. 

Ovvero?

Girando spesso per ospedali, per dovere di ufficio, mi sono reso conto che non ci sono solo problemi di carattere economico ma anche di carattere organizzativo. La vera sfida è quella di mettere il personale sanitario e socio-sanitario nelle migliori condizioni per lavorare. A questo proposito vi annuncio che il ministro Schillaci sta mettendo a punto alcune proposte finalizzate a migliorare le performance del Servizio sanitario nazionale. Confidiamo anche nella collaborazione con Agenas, che ha a suoi vertici una persona molto preparata come Domenico Mantoan, appena confermato.

Due parole infine sulla riforma dell’Aifa…

Una riforma che abbiano ritenuto necessaria per evitare che contrapposizioni o conflitti di competenze si verifichino tra presidente del Consiglio di amministrazione e direttore generale, una figura che con la nuova normativa è stata abolita. Crediamo che, tra le altre cose, questa nuova governance si rifletterà in modo positivo sullo snellimento degli iter approvativi.

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